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I ricordi battono dentro di me come un secondo cuore.

19-07-2015 22:16

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Da L’unione Sarda del 19/07/2015 di: Manuela Arca
Foto Collezione Laura Cecchini – Aldo Guiso
Storia di Maria Antonia Guiso, la maestra più giovane d’Italia.

La storia della «severa maestra di Pàvana» rivive grazie a Francesco Guccini. Il cantautore, ospite del festival letterario di Gavoi, ne ha tratteggiato con nostalgia la figura, intrecciandone le vicende con quelle dei montanari dell'Appennino e dei nonni mugnai.


Zia Maria Antonia

Maria Antonia Guiso, nata a Nuoro nel 1908 e morta a Bologna nel 1988, merita di essere ricordata non soltanto perché il caso ha voluto che il suo mondo s'incrociasse con quello di uno dei professori della canzone italiana, bambino al tempo dell'incontro. Il suo ritratto in bianco e nero è il riflesso della storia della Sardegna dei primi quarant'anni del '900. È la sintesi – scritta all'ombra dei castagni, inspirando l'acre odore di carbone e pecorino - di vicende di sfruttamento e povertà, emigrazione e fatica, guerra e pace, emancipazione (il vezzo della pelliccia è una concessione alla civetteria degli anni Trenta) e rinascita.


Zia Maria Antonia

Laura Cecchini, 80 anni, figlia della maestra dei ricordi di Guccini, tesse le trame del racconto con la stessa perizia con cui sua madre ricamava scene di caccia sugli arazzi
della tradizione. Abita a Bologna, ma Nuoro e l'antico rione di Santu Predu, in cui vissero i nonni Guiso-Piredda e in cui nacque sua madre, le appartengono. Nonostante l'inflessione "continentale" e l'irresistibile tentazione a spostare l'accento su Nùoro in avanti, parla ancora la lingua
dei progenitori sardi. A Pàvana non c'erano le Superiori. Troppo difficile raggiungere gli istituti delle cittadine vicine. Laura Cecchini è così diventata maestra in Barbagia.


Laura

«Proprio come la mamma. Quando lei si diplomò - racconta da Nuoro dove trascorre le vacanze - aveva 16 anni. Allora i giornali la proclamarono "maestra più giovane d'Italia", Si dice che il direttore della scuola, entrato per la prima volta nella sua classe, abbia stentato a individuarla tra gli allievi» Maria Antonia Guiso era una di quelle bambine che amava lo studio, anche senza averne avuto troppo familiarità. Era figlia di Maria Francesca Piredda, casalinga e analfabeta (com'era normale, allora), e di
Giovanni tornato a Nuoro dopo un periodo di emigrazione in Argentina. «Nonno faceva l'agricoltore. Aveva un orto e un frutteto sui terrazzamenti di Maria Frunza.


"Maria Frunza" Nonno Maliche con la famiglia, parenti ed amici


Maria Frunza - Zio Giovanni Zia Virginia Zia Vincenza Zia Antonietta e tanti parenti e amici.


L'alluvione del 1953 spazzò via tutto e lui smise di coltivare la terra». In quel tempo di devastazione Maria Antonia si trovava già a Pàvana, sugli Appennini. Aveva lasciato l'Isola perché qui il suo destino si era incrociato con altri itinerari di lavoro e fatica. Dopo i primi
incarichi ad Agrustos e Modolo, fu trasferita ad Alà dei sardi, forse. La memoria familiare potrebbe fallire. Si trovò comunque a insegnare in uno di quei paesi, tra Logudoro e Gallura, in cui dai tempi di Cavour la deforestazione era stata sistematica. Operai specializzati provenienti dalla Toscana lavoravano stagionalmente alla produzione di carbone di legna. Tra loro c'era Aldo Cecchini da Pàvana. Aveva accompagnato suo padre Federico nell'Isola. Conobbe Maria Antonia perché, insieme a lei - autorità del paese al pari di medico e maresciallo - fu scelto come padrino per un battesimo. I due giovani si sposarono.


Zia Mariantonia con Zio Aldo e figlie nella casa di Padru

Presero casa a Padru, allora frazione di Buddusò. Qui nacquero 4 dei 5 figli. Ci vollero la guerra e le atrocità della Resistenza per cambiare le sorti della famiglia. Nonno Cecchini, nonostante fosse riuscito a scappare dai tedeschi che lo avevano fatto prigioniero sugli Appennini, morì vinto dal trauma dell'esperienza. Era il 1944. «La mia nonna - racconta ancora Laura - volle allora che mio padre tornasse a casa. Lasciammo la Sardegna nel 1946. La guerra era appena finita e i collegamenti con la Penisola erano impossibili. Salpammo da Olbia su un peschereccio. A bordo eravamo in 10. Oltre noi, c'erano il comandante, sua moglie e altre due persone di cui non ho memoria. Arrivati a Livorno raggiungemmo Pisa in treno e quindi Pistoia, da qui il villaggio sugli Appennini».
A Pàvana la storia della famiglia ricominciò nella casa dei Guccini, nonni di Francesco e proprietari del mulino con la gora sul fiume. La stessa abitazione in cui il cantautore (il bambino con la erre moscia) che sopravvive nella memoria di Laura Cecchini), ha scelto di tornare a vivere. La maestra, nota a tutti col cognome del marito, divenne un'istituzione. Severa e autorevole a dispetto di un fisico minuto, vestiva di una raffinata eleganza. I suoi alunni, cresciuti tra montagne e castagneti, erano depositari orgogliosi dei suoi insegnamenti. «Quando andavano alle medie - dice la figlia - erano più preparati dei ragazzi di città».
Maria Antonia Guiso, maestra più giovane d'Italia, riposa nel cimitero di Pàvana. Con lei c'è la zia Peppa che, lasciata Nuoro nel '47, la raggiunse in Toscana.


Da L’unione Sarda del 19/07/2015 di: Manuela Arca
Foto Collezione Cecchini – Guiso
E Zia Peppa urlava “ Tanca sa Janna “


Zia Peppa

Nella memoria di Guccini la figura della maestra Guiso torna insieme con quella della zia Peppa. Il cantautore la ricorda seduta davanti alla casa di Pàvana, vestita con gli abiti della tradizione sarda, la gonna a pieghe, la camicia bianca e il fazzoletto nero che, ripiegato sul capo, ne inquadrava il volto. Ha impressa nella mente la formula imperiosa (<<Tanca sa janna») con cui la donna accompagnava l'andirivieni dei nipoti dal piazzale. Arrivata da Nuoro nel 1947, non parlava italiano. Non sapeva leggere. Era saggia, come le donne della sua città. Sorella di Maria Francesca Piredda, madre di Maria Antonia, aveva scelto di raggiungere la nipote sugli Appennini per ristabilire un'irrinunciabile convivenza. «Zia Peppa aveva seguito la mamma sin dal primoincarico da insegnante. Aveva 16 anni e i miei nonni non avrebbero mai permesso vivesse da sola», ricorda Laura Cecchini.


Zia Mancica e Zia Peppa

Fu così che, per assecondare un dovere all'assistenza divenuto inderogabile, zia Peppa affrontò il viaggio verso la Toscana. «Arrivò a Pàvana con una valigia pesantissima, piena di sale. Da noi era molto caro perché monopolio di Stato».
Le leggi della sussistenza, la condanna degli sprechi, l'ossequio delle abitudini, erano parte del credo granitico che Peppa Piredda recitava anche su monti che non erano suoi. Parlava ostinatamente il sardo, per pranzo mangiava solo pane tostau , pecorino (prodotto dai pastori sardi di Toscana) e un pomodoro a pezzetti condito con olio. Non rinunciava al bicchiere di vino rosso. E morta a 91 anni.


Zia Maria Antonia con Gianfe, Vanda, Franca, Laura, Zia Peppa e la piccola Graziella

Nuoro Attraverso i Secoli

28-04-2015 20:55

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Da Vecchia Nuoro di Ottorino Alberti

Al tempo edace e molto più all'incuria degli uomini si deve se delle origini di Nuoro poco è dato sapere. E' certo che le località intorno a quella dove col passare dei secoli, si sarebbe sviluppata la città di Nuoro furono abitate fin dalla più remota antichità. Nell'altipiano dove oggi si adagia la città non sembra siano mai stati rinvenuti avanzi preistorici i quali, invece erano numeroisissimi e almeno in parte ancor oggi visibili nelle località circonvicine. Ai primi del 1800 attorno a Nuoro si contavano ben sedici nuraghi, dei quali oggi non restano che le tracce di quelli di Ugolìo, Tertilo, Tanca Manna e Sas Contra mentre quelli di Monte Gurtéi e di Biscollài sono quasi interamente distrutti. Sul Monte Ortobene sorgevano i nuraghi di Loddunu, de S'abbabiba e Su Naratolu, oggi del tutto scomparsi. Anche in località Goine, attualmente conosciuta con il nome di Valverde, si trovano almeno due nuraghi attorno ai quali sorgevano numerose abitazioni preistoriche, come è dimostrato dai resti, anche recentemente scoperti, di manufatti litici amigdale di ossidiana e asce di pietra, di rudimentali macine e di frammenti di vasellame. Che queste zone fossero intensamente popolate è dimostrato anche dalla presenza di domos de jana (Ioc. Borbore), di tombe di giganti (Monte Ortobene) di fonti sacre e di pietre sacrificali (?) Loc. Valverde. Secondo una tradizione non ben documentata, sul luogo ove oggi è posta la chiesetta di N. S. di Valverde si trovava un tempio preistorico. Nonostante questa popolazione nuragica abitasse in una zona tra le più impervie ed inaccessibili della Sardegna tuttavia ebbe modo di entrare in rapporto dapprima con i Fenici che a partire dal XII-XI secolo A.C. comparvero sulle coste della Sardegna fissandovi alcune basi commerciali e successivamente con i Cartaginesi (sec. VI - 238 a.C.) le relazioni con queste popolazioni sarebbero provate dall'esistenza di un tempietto dedicato ad Astarte che secondo alcuni era posto sul Colle di S. Onofrio e soprattutto dal rinvenimento di numerose monete puniche.

IN EPOCA ROMANA 1238 A.C. . 455 circa
Verosimilmente. l'origine di Nuoro risale all'epoca della conquista della Sardegna da parte dei romani. Forse anche prima dell'arrivo dei nuovi conquistatori, ma certamente a causa della loro presenza nel Nuorese, le popolazioni, prima sparse nelle località intorno ai nuraghi, per ragioni almeno di prudenza in attesa di conoscere le vere intenzioni dei nuovi invasori, si rifugiarono nei posti di più difficile accesso ove sarebbe stato possibile difendersi in caso di assalto da parte dei romani. Uno di questi nuovi nuclei abitati potrebbe essere stato quello sorto sul costone del Monte Ortobene a tramontana nel sito che dall'attuale Fonte Emilianu si estende a valle verso Isporosile, lungo le rive del ruscello di Ribu e Seuna, dove ancor oggi si possono scorgere i ruderi di antiche costruzioni e dove furono rinvenuti tubi di piombo che presumibilmente erano serviti per un primitivo acquedotto. Mentre a monte si costituiva una comunità di indigeni a valle si stabilì una mansio romana, all' incrocio delle due strade romane che attraversavano la zona la prima di queste era quella che partiva da Cagliari e, attraverso il Campidano, costeggiando le pendici occidentali del Gennargentu, passava nel Nuorese per terminare finalmente a Olbia. Fino al secolo scorso si vedevano chiaramente le tracce della strada romana nel passo detto Janna de Virrola, tra i salti di Nuoro e di Orune. Tra le località attraversate da questa importante via L'Itinerarium Antonini non cita la mansio che però, stando alla carta della Sardegna romana ricostruita dal Lamarmora, doveva trovarsi a Nuoro o nei suoi pressi, la seconda strada che proprio a Nuoro o nelle sue vicinanze si incrociava con la prima, era quella che da Macomer portava ad Orosei (l'antica Fanum Carisii dell'ltinerarium Antonini). Di un centro abitato, il cui nome possa richiamare il nome di Nuoro" . non resta memoria; tuttavia è interessante ricordare che nel maggio del 1888, durante i lavori per aprire il tronco ferroviario Macomer-Nuoro, fu rinvenuto nei pressi della Cantoniera di Signora Marta, in agro di Orotelli , un cippo terminale con l'iscrizione latina FINIS NURR., che il PITTAU completa come FINIS NURR (itanorum) , e che, secondo il Taramelli, indicava il confine della Regione dei Nurrenai (o Nurritani}, i quali, forse a Nuoro, avevano il centro più densamente popolato.
E' da credere che, superata la comprensibile diffidenza nei confronti dei romani, la primitiva mansio sia andata ingrandendosi con l'arrivo delle popolazioni che dai loro piccoli villaggi vicini si riversavano a valle, non solo perché attratte dalle prospettive di un maggior benessere, ma anche per difendersi dagli attacchi delle popolazioni dell'interno, sempre ostili ai nuovi conquistatori che mal volentieri assistevano alla progressiva integrazione delle popolazioni indigene nella nuova civiltà.
La presenza di un insediamento romano di una certa ampiezza nelle località intorno a Nuoro è chiaramente dimostrata da numerosi reperti archeologici, ma questo non proverebbe che il villaggio di Nuoro sia sorto in seguito allo sviluppo della mansio romana, i cui abitanti, una volta conclusa la conquista romana, poterono trovare migliore e più sicuro asilo in altre località.
E' certo che il nucleo più antico in torno al quale si sviluppò il villaggio di Nuoro era situato nella località ove attualmente è posto il rione di Seuna. Una coincidenza toponomastica, che non ci sembra affatto casuale, ci induce a ritenere che l'origine di questo nucleo sia legata al trasferimento a valle degli abitanti che risiedevano nell'antico villaggio posto sul costone del Monte Ortobene, il cui nome Sèuna, restò legato fino ai nostri giorni al ruscello in prossimità del quale sorgeva il centro abitato. La presenza di questo nucleo urbano in una zona impervia e male esposta a tramontana, quale quella del Monte Ortobene, aveva una sua giustificazione nella necessità di trovare' un riparo sicuro nei tempi difficili della prima penetrazione romana nella zona; ma, cessato il pericolo, si dovette avvertire il bisogno di trovare una località più salubre per un migliore insediamento, e ciò avrebbe determinato l'esodo, forse anche se non massiccio, dalla montagna a valle. Al nuovo centro abitato, posto su un costone riparato dai venti e in prossimità di una ricca sorgente d'acqua (Sa bèna}. si diede il nome di Sèuna certamente a ricordo dell'antico villaggio che s'andava spopolando. Ma la coincidenza non si ferma al solo nome del villaggio.
Se pure non ha il valore che noi siamo inclini a riconoscergli, è certo di grande interesse notare, che la chiesa del nuovo villaggio di Sèuna fu dedicata a Santu Emilianu o Milianu, forse a ricordare il titolo della chiesetta del borgo abbandonato, e la cui denominazione rimase fino ai nostri giorni attribuita però all'antichissima fonte Milianu , che si trova appunto nella località dove sorgeva la prima Sèuna.
Se questo rispondesse a verità, sarebbe allora da credere che l'introduzione del Cristianesimo nel Nuorese risale a un periodo anteriore alla fondazione del primo nucleo della futura Nuoro, e quindi agli albori del Cristianesimo stesso, e non , come comunemente si dice, al tempo di San Gregorio, il quale, intorno al 600, inviò dei missionari a predicare il Vangelo nella Barbagia. In favore della tesi che pone anteriormente al 600 L'introduzione del Crisianesimo in questa zona, si può invocare il fatto che le popolazioni del Nuorese, notevolmente diverse da quelle della Barbagia centrale, ebbero costanti rapporti con Roma e quindi poterono conoscere Il Vangelo prima degli abitanti della regione centrale . A ciò si aggiunga che in una località del Nuorese, sulla costa orientale, son stati rinvenuti resti archeologici che proverebbero la presenza di una comunità cristiana in periodo di persecuzione; né va dimenticato che in questo stesso tempo sarebbe esistita nei pressi di Lula una comunità di ebrei-cristiani, inviati in Sardegna per lavorare nelle miniere vicine, ai quali non fu difficile far conoscere la religione di Cristo alle popolazioni del posto. In tal modo acquisterebbe credito l'antica tradizione secondo la quale intorno all'anno 300 il vescovo Egidio ed il presbitero Anania, avrebbero predicato il Vangelo nel Nuorese, morendo poi martiri per la fede.

Continua

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L'architettura nuorese dal Barocco Plateresco al Novecento

20-08-2013 12:02

tags: nuoro, mario corda, costruzioni, salvatore satta,

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Articolo di: Mario Corda - NuoroOggi

2 - La prima fase dello stile eclettico

Con la costruzione della chiesa cattedrale inizia e si conclude a Nuoro la vicenda architettonica ispirata allo stile neoclassico. Ma proprio quella vicenda segna l’inizio di un’attività destinata a cambiare radicalmente il volto dell’abitato, determinando il passaggio da “paese” a “città”.
In epoca più o meno coeva alla cattedrale sorgono tre costruzioni che segnano appunto il risveglio da una stasi databile al Settecento. Quella che farà dire a Salvatore Satta, nel primo capitolo de Il giorno del giudizio, che la Nuoro d’inizio Ottocento era “un paese dove da cent’anni non si costruiva una casa”.
La più importante, per dimensione, è il palazzo del Seminario, opera di Giuseppe Cominotti, attivo prevalentemente a Sassari intorno alla prima metà dell’Ottocento. È un’opera che, pur nella schematica linearità costruttiva, si segnala per l’austerità, rotta soltanto da una decorazione in rilevato d’intonaco che caratterizza il portone d’ingresso, al di là dell’arco che congiunge i piani superiori dell’edificio con quelli dell’antistante palazzo della curia vescovile.
Le altre due sono il Palazzo Asproni, nel suo nucleo originario prospiciente la Via Asproni, e il Palazzo Bertino che si affaccia nella parte centrale del Corso Garibaldi, di fronte alla Piazzetta Mazzini.
Due palazzi, questi, che segnano l’ingresso a Nuoro dello stile eclettico con propensioni non ancora ben definite(1); entrambi, presumibilmente, progettati dall’architetto Giacomo Galfrè, già progettista e realizzatore dell’altare maggiore della cattedrale, con la collaborazione dell’ingegnere Antonio Orunesu, bittese trapiantato a Nuoro, nipote peraltro di Giorgio Asproni, cioè del committente della costruzione che prenderà appunto il suo nome.
I due (Galfrè e Orunesu) avevano lavorato insieme alla realizzazione della cattedrale ed erano “rivali” solo perché antagonisticamente sponsorizzati dalle opposte fazioni che avevano spaccato in due il Capitolo dei canonici. Giacome Galfrè, nonno materno di Salvatore Satta, si era segnalato per avere lavorato nell’Impresa Bertino che conduceva i lavori di pavimentazione del Corso Garibaldi (2), nonché per l’edificazione della fonte Su Cantaru, a Bitti, e di Istiritta, a Nuoro; in ogni caso professionalmente più valido di quanto non appaia nel romanzo sattiano (fu peraltro sindaco, a Nuoro, nel 1857) (3).
Il Palazzo Asproni è palesemente frutto di due successivi interventi costruttivi.
Quello che ora interessa è il nucleo centrale originario, la cui facciata a me pare attribuibile al Galfrè, se non altro per la presenza di elementi decorativi ben attribuibili a un architetto che aveva potuto vedere a Torino, una significativa opera di Filippo Juvara, e precisamente i palazzi contornanti la Piazza San Carlo (realizzata dallo Juvara, appunto, nel 1731).
E, nella Nuoro di allora, l’unico architetto che avesse potuto maturare quell’esperienza era, appunto, il piemontese Giacomo Galfrè, il quale aveva compiuto gli studi a Torino. In quel contesto storico, peraltro, l’architetto era solo autore dell’idea costruttiva, sicché per la realizzazione dell’edificio veniva affiancato da un ingegnere, coordinatore del progetto e dei lavori. Ed è ben comprensibile che quel ruolo fosse stato ricoperto dall’Orunesu, sia perché i due già lavoravano insieme, sia perché (il secondo) era nipote del committente.
Nel Palazzo Asproni a me pare di scorgere elementi decorativi che si rifanno al composto barocco piemontese riscontrabile nella ricordata opera di Filippo Juvara: l’incorniciatura ad arco (attuata con modanature in rilevato d’intonaco) che illusoriamente amplia le aperture rettangolari, i contenuti rosoni (sempre in rilevato d’intonaco) che piacevolmente spezzano la linearità delle modanature verticali, la realizzazione di aperture cieche finalizzate alla ricerca di una simmetria che l’utilizzazione interna dello spazio non aveva saputo creare. Il successivo ampliamento dell’edificio rivela a sua volta la mano del più fecondo degli architetti nuoresi, l’ingegnere Pietrino Nieddu. Ma di ciò più avanti.
Attribuirei al Galfrè anche il Palazzo Bertino, ma col solo elemento di riscontro che l’architetto già lavorava nell’Impresa Bertino e, a quell’epoca, non aveva a Nuoro concorrenti. Palazzo che si segnala per lo stile “veneziano”, unico a Nuoro, e per essersi conservato nelle forme originarie, al pari dell’antistante Palazzo Nieddu, risalente al Settecento. Stile che pare in certo senso ispirarsi a un non meglio definibile neogotico con vaga tendenza al tardo barocco, reso comunque agile dalla semplicità dei piccoli balconi in ferro battuto, reiterati ma non ingombranti, segnato al piano terreno dalla insistita serie di grandi aperture d’ingresso, ornato nelle volte dei vani terreni da cassettoni in stucco, ostentatori di uno status consentito solo, a Nuoro, a opulenti titolari di una superiore continentalità; a quei continentali cioè che, per dirla con Salvatore Satta, “trasformavano le pietre in oro (4).
* * * Con i tre descritti palazzi non siamo, però, ancora alla svolta, quella che determinerà il passaggio da “paese” a “città”. La vera svolta si avrà poco più tardi, quando comincerà a operare l’ingegnere Pietrino Nieddu, nuorese da generazioni ma formatosi a Roma, convinto ammiratore delle monumentali opere degli eclettici Pio Piacentini, Luca Carimini, Gaetano Koch, Giulio Podesti e Gustavo Giovannoni, i quali a loro volta avevano con profitto saputo guardare alle opere di Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini. Ma l’eclettismo degli architetti romani di fine Ottocento va qui chiarito, pur sommariamente, prima di affrontare il tema della sua pur ridotta, proporzionale trasmigrazione nuorese.
Se lo stile architettonico neoclassico rappresentò in certo senso una reazione al barocco, così contrapponendo una razionalistica linearità all’eccesso di volute e di elementi decorativi, lo stile eclettico (e in particolare quello che a Roma sarà denominato l’eclettico monumentale, o “umbertino”) rappresentò a sua volta una reazione al neoclassico perché si concretò nel fattuale ripristino di quegli elementi sinuosamente ornamentali che la tradizione storica aveva consegnato alla tecnica e all’arte.
Non si potevano, d’un colpo, cancellare i frutti di un’esperienza ultrasecolare, spaziante dal romanico al gotico, dal rinascimentale al barocco (fino al rococò); e tutto per inseguire una classicità che non poteva da sola esaurire la gamma delle aspirazioni creative.
Erano, infatti, anche altri e molti i valori che andavano tenuti in conto, allorché si volevano creare opere architettoniche degne di essere proiettate nel futuro, ossia opere artisticamente pregevoli. Occorreva, insomma, saper scegliere, nel calderone del passato, quel che di volta in volta, secondo le esigenze obiettive e la cultura dell’architetto, poteva proficuamente essere utilizzato.
Per questa ragione, il nuovo stile che scaturì dall’applicazione di tale programma fu, in seguito e con molta pregnanza categoriale, denominato “eclettico”, ovvero “eclettico monumentale”. Così, infatti, è oggi specialisticamente denominata la relativa scuola, appunto perché votata a cogliere da ogni passato stile architettonico quanto di valido veniva di volta in volta ritenuto; nella convinzione, forse, che tutto quanto era stato possibile creare era stato già creato, sicché la monumentalità (sconfessata dalla scuola neoclassica) ben poteva ancora restare affidata all’oculata scelta delle soluzioni che l’esprit de finesse suggeriva all’architetto.
Ma per quanto ampio fosse il calderone cui poter attingere, non vi fu un passivo adagiarsi ai primi traguardi. Anche nell’ambito dei criteri di scelta, infatti, ebbe a verificarsi un iter evolutivo, testimoniante l’ulteriorità di un generalizzato gusto che, naturaliter, tendeva comunque al novum.
È possibile, così, distinguere almeno tre periodi, nel loro complesso spazianti con sfumature dalla metà dell’Ottocento agli inizi del Novecento: un primo eclettico che in parte si rifà ancora al neoclassico, accentuando talvolta la prevalenza di questo su un reintrodotto barocco misuratamente berniniano o borrominiano; un secondo stile eclettico che coniuga la reintroduzione del barocco col nostalgico revival dello stile rinascimentale, con la particolarità che nella reintroduzione del barocco guarda non più, o non solo, a quello di scuola romana (ossia a quello prevalentemente berniniano o borrominiano), ma si concede qualche leziosità che sembra ammiccare talvolta al gotico, talaltra al barocco piemontese di marca juvariana, influenzato in parte dal rococò d’oltralpe; un terzo stile, infine, che potremmo definire di transizione verso il razionale, quello che mi parrebbe appropriato denominare di Belle Epoque e che comincia, ancor prima del sopravveniente Liberty, a perdere i pezzi di quanto appaia architettonicamente non finalizzato con rigore alla sempre più valutata utilità.
* * *
Queste tre grandi linee stilistiche, contrassegnate da un’evoluzione non sempre resa evidente nella concretezza di una miriade di esemplari, lasciano però fuori, d’un colpo, altri notevoli aspetti di quella complessità che caratterizza la scuola eclettica italiana. Così ad esempio, i pur riscontrabili influssi di un non mai tramontato barocco siciliano, o di quello napoletano, ovvero in un non mai abbastanza ammirato barocco leccese; ma v’è una ragione. Qui, infatti, ho ritenuto di dover prendere in considerazione quei soli filoni evolutivi dai quali è possibile, se proprio non si chiudono gli occhi, cogliere pur labili tracce in quell’architettura nuorese che miracolosamente si stacca dal generico, dominante anonimato che nulla concede all’esteriorità; pur esso inquadrabile, tuttavia, in un capitolo che ha trovato appropriata definizione classificatoria come “eclettico sardo (5).
Il periodo storico qui in esame, cioè quello che riguarda l’architettura nuorese “di pretesa (6), coincide grosso modo con quello che ho prima indicato, pur con lo spostamento temporale in avanti che contrassegna il peculiare ritardo dovuto all’insularità.
Ed è singolare ch’esso inizialmente porti un unico nome, quello dell’ingegnere Pietrino Nieddu (7), artefice di una qualificazione architettonica che, pur con qualche malaugurata eccezione (8), ancora sopravvive.
Dice di lui Salvatore Satta, ricordandolo col nome schermato di Don Gabriele Mannu: “era stato a Roma, aveva studiato, ed era tornato ingegnere in un paese dove da cent’anni non si costruiva una casa (9).
E poco più oltre: “egli aveva in mente i palazzi di Roma, le scale dove gli antichi salivano a cavallo (10).
Il Nieddu certamente era rimasto affascinato dallo stile eclettico romano (quello che, come ho già ricordato, prende il nome di “umbertino”), tendente alla concezione “monumentale” anche nella progettazione delle dimore private.
Il palese omaggio alla monumentalità che doveva qualificare la nuova Capitale del Regno si esprimeva (appunto nelle dimore private) soprattutto con la vistosità del portone d’ingresso, la cui altezza giunge talvolta a impegnare il primo piano dell’edificio, e delle scale: elementi architettonici finalizzati a impressionare il visitatore, e perciò simboli della grandiosità del nuovo piano urbanistico della Capitale.
Tutte cose che, nella proporzionale trasposizione nuorese (ad opera, appunto, del Nieddu), non piaceranno a Salvatore Satta, il quale considerava evidentemente uno spreco di spazio quanto il progettista Nieddu, in attuazione proprio di quella tematica, aveva concepito per l’edificazione della casa di abitazione di Satta Carroni, la casa ove Salvatore Satta era nato (nel 1902) e ove aveva vissuto la prima giovinezza (11).
L’opera più vistosa realizzata da Pietrino Nieddu fu certamente il Palazzo Mereu, nel Corso Garibaldi; nato come abitazione privata, poi diventato sede dell’Amministrazione comunale.
Occupava un’area molto vasta, che è poi quella occupata oggi dal moderno edificio (di per sé pregevole) ove ha sede il Banco di Sardegna, tanto che aveva un cortile interno quadrangolare, con molteplici accessi, a Nuoro unico esemplare del suo genere. Cortile che fu adibito a mercato pubblico, ivi trasferito dalla Piazza San Giovanni, dopo che questa, mutata per breve tempo la denominazione in Piazza Cavallotti, divenne Piazza Littorio, perciò fascisticamente inadatta al banale esercizio del minuto commercio (a Nuoro, tuttavia, il mercato continuò per lungo tempio a essere denominato “piazza”).
Forse quel cortile non era di per sé artisticamente pregevole; ma è certo che attirò l’attenzione di Flio Vittoriani che, in Viaggio in Sardegna, del 1936, lo descrive come una delle poche attrazioni nuoresi degne di essere menzionate (12).
Sembra, comunque, inutile attardarsi ancora nella descrizione di un palazzo che ormai esiste solo in qualche rara immagine fotografica. Se mai, può essere utile ricordare di esso quanto occorre per ricavarne la tipologia degli elementi decorativi tipici delle tematiche costruttive del Niedu, di modo che, individuato quello che potrebbe apparire come un inconfondibile “marchio di fabbrica”, si possa procedere a credibili attribuzioni, tenuto conto che il Nieddu operò solo nel settore della committenza privata, sicché nonv’è alcuna documentazione che possa facilitare quel compito.
In tale prospettiva, va subito notato che, a Nuoro, è attribuibile unicamente al Nieddu, ratione temporis, la decorazione delle aperture (finestre) con aggettanti cornici a edicola, di tipica origine rinascimentale, trasfuse poi nell’impostazione barocca e trasmigrata nella cultura eclettica (soprattutto romana) di fine Ottocento. Il Nieddu aveva potuto ammirare quella decorazione sia nel Palazzo Farnese (massima opera “civile” del Rinascimento romano), sia negli ottocenteschi, grandiosi palazzi di Gaetano Koch, in Piazza del-l’Esedra; e, nella realizzazione del Palazzo Mereu, volle cimentarsi nella messa a frutto di quell’esperienza. Ma nelle successive costruzioni, consapevole certamente del fatto che la monumentalità romana non era sempre riproducibile nelle ridotte dimensioni nuoresi, attenuerà la vistosità del genere decorativo, pur tenendo ferma l’incorniciatura ad aggetto delle finestre, ma ripiegando su una non meno vistosa mensola lineare.
Tipico esempio sarà il Palazzo Mastino che, come si vedrà in seguito, può a buon titolo essere considerato la massima opera del Nieddu.
Altro elemento individuante (peraltro risalente, addirittura, all’architettura classica, ma recepito incondizionatamente dall’architettura eclettica di scuola romana “umbertina”) è la modanatura dentellata sottostante i cornicioni di sommità, ma presente talvolta anche sotto le leggere cornici segnapiano. Modanatura dentellata che, talvolta, è immediatamente sovrastata da una membratura decorata da una serie di formelle ovali (ovoli), come ad esempio nel palazzo d’angolo tra la Piazzetta San Carlo e la Via Chironi (13).
Sulla base di questi elementi di decorazione, attribuirei allora al Nieddu, come opere di prima esperienza culturale (da inquadrare, appunto, nella prima fase dell’eclettico nuorese), oltre al Palazzo Mereu e quello or ora menzionato, il Palazzo Satta Carroni (la casa natale di Salvatore Satta), il Palazzo Muzio di Via Cavour, il Palazzo d’angolo tra Via Chironi e Via della Pietà, l’ampliamento, infine, del Palazzo Asproni (14).
Nel prosieguo di questa ricerca, sarà posta in luce un’evoluzione, nelle esperienze culturali del Nieddu, che in certo senso ricalca l’evoluzione dell’eclettico di scuola “umbertina”.


1) VICO MOSSA, Vicende dell’architettura in Sardegna, Sassari, Delfino, 1994, pag. 50, dice del Palazzo Asproni che fu costruito “con decorazioni neorinascimentali”. Salvatore Satta, ne Il giorno del giudizio, Cap. XI, dice del Palazzo Bertino, con palese intento ironico, che il proprietario “si era fatto la casa in stile veneziano”. Il proprietario, Pietro Bertino, è ricordato nel romanzo col nome schermato di Paolo Bertolino.
2) Che Giacomo Galfré avesse lavorato alle dipendenze dell’Impresa Bertino ai lavori di pavimentazione del Corso Garibaldi risulta da GIACOMINO ZIROTTU, Nuoro. Dal villaggio neolitico alla città del 900, Nuoro, Solinas, 2003, pag. 122 s.
3) ELETTRIO CORDA, Storia di Nuoro, Milano, Rusconi, 1987, pag. 40. Salvatore Satta, sempre ne Il giorno del giudizio (Cap. III) esprime un giudizio poco lusinghiero nei confronti del nonno materno (“Si dice … che fosse un architetto, ma chissà che cosa voleva dire architetto allora”); ma ingiustificatamente, a mio avviso, se fosse corretta l’attribuzione a lui (che io faccio) dei palazzi Asproni e Bertino. Satta non aveva grande simpatia per gli edificatori dei palazzi nuoresi. Giudizio tutt’altro che lusinghiero, infatti, egli esprime anche nei confronti dell’ingegnere Pietrino Nieddu (del quale sarà detto più avanti); ma anche in questo caso senza valida giustificazione, così come peraltro osservato da ELETTRIO CORDA, Atene Sarda, Milano, Rusconi, 1992, pag. 34.
4) Il giorno del giudizio, Cap. II.
5) FEDERICA DINI, La Chiesa delle Grazie e le sue pitture murali, Nuoro, Solinas, 2001, pag. 31, parla di “eclettismo sardo del XVII secolo” con evidente riferimento alle chiese per lo più campestri (tali erano, a Nuoro, quella, originaria, della solitudine, quella della Madonna di Valverde, quella sul Monte Ortobene), alla cui tipologia è conformata l’antica Chiesa delle Grazie, nonché le chiese di San Salvatore, di San Carlo, di Santa Croce. Queste chiese secentesche testimoniano che l’anonimato dell’architettura nuorese si è trascinato dal Seicento all’Ottocento, cioè fino a quando, con il Neoclassico e l’Eclettico, si è preannunciata l’architettura razionale del Novecento.
6) L’espressione è tratta da Il giorno del giudizio, Cap. II.
7) Va però ricordata (oltre quelle che ho ritenuto di attribuire al Galfrè e all’orunesu) l’opera dell’architetto (credo piemontese) Enrico Marchesi, ossia il carcere giudiziario di Via Roma, demolito inopinatamente nel 1975. Di tale demolizione ho scritto, recriminando, ne L’Unione Sarda del 30 ottobre 1988. Lo scritto è stato, poi, trasfuso nel (sempre mio) Corso Garibaldi, Nuoro, Il Maestrale, 1994, nel capitolo intitolato La sindrome demolitoria (pag. 51 s.).
8) Oltre quanto ricordato nella precedente nota, sulle scriteriate demolizioni attuate dagli amministratori nuoresi degli anni Settanta dello scorso secolo, ho scritto ne L’Unione Sarda del 12 febbraio 1989 un articolo intitolato Il culto delle demolizioni, ove tra l’altro lamentavo l’avvenuta demolizione del Palazzo Mereu che, se non la migliore, era certamente una delle opere più significative di Pietrino Nieddu (l’articolo è stato, poi, inserito nel ricordato Corso Garibaldi, pag. 61 s.).
9) Prima che venissero costruiti i ricordati palazzi di metà Ottocento, le costruzioni più notevoli, a Nuoro, erano quelle abitazioni settecentesche delle quali ho di recente parlato nel mio precedente scritto Il recupero dell’anonimo ambientale e il ritrovamento dell’identità collettiva (in Nuoro oggi, Luglio – Agosto 2003, pag. 32 s.).
10) Il giorno del giudizio, Cap. II.
11) Il giorno del giudizio, loc. cit.
12) Scrive Vittoriani: “È un cortile tutto bianco, questo mercato. Vi si vende di tutto dalla carne alla lana da filare, e tutto in piedi, tutta la merce addosso al venditore. Ma, poi, quasi ogni porta è un po’ bottega. Davanti alle più povere c’è per lo meno un mucchietto di pomodori in esposizione sopra una seggiola, che aspetta chi la compri – e non arriva a fare un chilo. Ma davanti ad altro vedo ceste d’uva, panieri d’ulive da salare, persino il banco d’un macellaio con mezzi montoni appesi alle finestre, ringhiosamente sorvegliati di sotto il banco da un cane”. Vittoriani, quindi, menziona la chiesa del Rosario (“con un mezzo tizzone d’albero accosto alla facciata tutta nitida, e a un campaniletto di creta secca su per aria”), nonché la cattedrale (“che troneggia isolata a ridosso di un brullo cocuzzolo; e su m’avvio. Non proprio per la cattedrale che sembra nuova e d’un femminile colorito rosa, come di batista; piuttosto proprio per il cocuzzolo”).
13) Palazzo che bene può essere attribuito al Nieddu, proprio per l’insolita (a Nuoro) presenza di quegli elementi decorativi di cui è detto nel testo.
14) Nel Palazzo Asproni (il cui nucleo originario m’è parso appropriato attribuire all’architetto Giacomo Galfrè), il quale già aveva facciata in Via Asproni, il Nieddu ricavò una seconda facciata, sulla Via Manno, senz’altro più austera della prima, ma non meno significativa.

DONNE IN TRINCEA - Di: Giulio Chironi

10-08-2013 11:47

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Dal periodico Nuoro Oggi - www.nuorooggi.it/.

Questa lettera, indirizzata da Marianna Bussalai a Pietro Mastino all’indomani delle elezioni per la Costituente, non ha bisogno di troppi commenti.
In qualche modo, parla ancora oggi chiaro e contiene le spiegazioni dei fatti narrati e delle passioni che vi si manifestano.



Orani 10.6.1946.

Alla gioia per la rielezione Sua e dell’On. Lussu, s’unisce l’amarezza infinita e la vergogna per questa sciagurata Sardegna che sarà rappresentata alla Costituente da *** e dai suoi cinque compagni del nuovo “Listone” clerical-fascista, e dal qualunquista Abozzi, anzichè da uomini, da sardi, del valore di Luigi Battista Puggioni e Gonario Pinna, di Titino Melis e d’Anselmo Contu, che riunendo le loro voci poderose a quelle degli altri due nobilissimi esponenti sardisti, avrebbero potuto decidere vittoriosamente del destino del nostro popolo!
Temo che i preti abbiano non solo tradita, ma assassinata la Sardegna, in quest’ora decisiva, costringendola a votare per i sei sacristi, che a Roma faranno arrossir Lei e l’On. Lussu d’esser sardi! E mi chiedo, per quale ironia del destino, siamo sopravvissuti ai 20 anni di tirannide fascista, se dovevamo cader subito in questa spaventosa tirannide ecclesiastica, che viola anche il più nascosto santuario della coscienza, in cui Mussolini non poteva penetrare; che scatena i suoi preti privi d’ogni senso d’umanità; di comprensione, davanti al tormento d’una fede politica, sopravvissuta alla prova di 20 anni di persecuzione feroce, e non concedono neanche, ultimo scampo, l’astensione, ma impongono la mostruosa apostasia, la paralisi del sentimento, della volontà, dell’anima!
Scrivo oggi, dietro espresso incarico dei sardisti e delle sardiste d’Orani, per farle sapere ciò che qui succede; ma sopratutto detto incarico mi venne da Maria Are moglie del Suo cliente Andrea Borrotzu, che venne a contesa col Parroco, in Chiesa, per la sua fede sardista.
Tutte le nostre donne son bersagliate dal Parroco, anche in confessione; ma nessuna è disposta a sostenere pubblicamente l’accusa per una documentazione. Questa Maria Are Borrotzu invece è venuta a dirmi di scriverlo a Lei, perché agisca come crede: Le cose si sono svolte così: La Are si recò a confessarsi dal Parroco, lo scorso Venerdì 7 Giugno; ma siccome io avevo detto a tutte che se il voto al partito sardo fosse stato peccato, io non le avrei consigliate di darlo; e che se non era peccato non dovevano confessarlo, essa, per risparmiar incidenti e scandali, non confessò affatto d’aver votato per Lei o per l’Avv. Pinna; ma il parroco, truce e fiero chiese: “per quale partito hai votato?” La donna rispose con calma: “Stia sicuro che ho votato secondo coscienza, per persone buone e oneste”. Ma il parroco replicò: “Ti chiedo se hai votato per la democrazia cristiana; altrimenti c’è la scomunica e non ti posso assolvere”. Maria Are disse allora: “Ma perché lasciavate dar le elezioni, e non mandavate senz’altro i democristiani, giacchè si posson votare solo quelli?”.
Il parroco gli sbattè lo sportellino del confessionale sul muso, e buona notte! Allora l’Are l’attese in mezzo alla chiesa piena di gente per dirgli che il voto era segreto, e nessuno poteva entrarci; e ch’essa non aveva assassinato nessuno, come certi democristiani; che l’On. Mastino era in confronto ai preti, un santo che faceva miracoli. E se ne andò!
Poi venne da me, a pregarmi d’informar subito Lei e l’Avv. Pinna, per sapere che cosa deve fare. Se anche Lei non volesse agire, ad ogni modo la Maria Are è una donna così decisa, così fedele, ed oggi così presa di mira, che merita una parola Sua e dell’Avv. Pinna, che la rinfranchi.
Il nostro parroco e tutti i preti dei dintorni, mirano a piegar le ribelli, facendole andare a Canossa, dai Vescovi, che toglierebbero la scomunica, a condizione d’abbandonare il Partito Sardo e passare alla Democrazia Cristiana. Per fortuna qui quasi tutte vanno a confessarsi col vecchio don Brundu, che non chiede mai per chi si è votato: e le nostre donne, rassicurate anche da mia zia (che pur nei suoi ottant’anni è perfettamente lucida ed è Maestra del Terz’Ordine) si guardano bene dal confessare il voto sardista, ma a Saruli, ed anche qui col parroco non è così! Ed io, rimedio ne vedo uno solo! quello che indicai a Luigi Battista Puggioni, fin dal principio: togliere il voto alle donne!
Denunziare e metter dentro i preti, per la profonda conoscenza che ho dell’anima femminile, sarebbe far il loro gioco e trasformare in martiri i Torquemada; ma forse si potrebbe sollevar l’indignazione dei deputati, alla Costituente, contro il nuovo listone sardo (duecentotredicimila voti!) con una documentazione ed un’esposizione fatta da Lei, da Lussu e da Corsi) simile a quella che Matteotti presentò per il listone fascista del 1924, costringendo coi ***, *** ed i sacristi che han perduta la facoltà d’arrossire, a scappare fra i fischi e le proteste dei colleghi! Se però, per far questo, è necessaria prima la denunzia, anche questo dovrà farsi, tanto più ora che l’amnistia non permetterà i martirii!
Perché, solo se vedranno infirmati i loro voti, solo se sapranno di non poter raccogliere il frutto del delitto, i democristiani smetteranno di premere sui preti, e questi di tormentar le coscienze! Oltre la deposizione dell’Are, e quella dei pochi animosi che attesteranno quanto il parroco disse in Chiesa, domenica 2 Giugno, il sardista Salvai Antonio (Carrapreda) mi mandò a dire che informassi Lei, del fatto che il parroco di Orani, negò l’assoluzione ad una giovane di 15 anni, perché si rifiutò di dirgli a qual partito appartenesse la madre!

Se non si potrà sollevare la protesta della Costituente, per mandar via quei vili, il successo li renderà sempre più pazzi, e noi dovremo desistere dalla lotta politica, e rassegnarci ad un ritorno al medioevo! Lei mi dirà che in Alta Italia questi mezzi non attaccano; che solo in Sardegna ebbero successo; ma, se ritorna il medioevo in Sardegna, se muore il Partito Sardo; se quest’autonomia di barbarie pretesca, impedisce l’attuarsi della nostra autonomia che è libertà e vita, io mi curo e mi compiaccio ben poco, di ciò che succede in Alta Italia.
Ed ora ecco il resoconto ordinato dei fatti, che potrà esserLe utile, perché quanto accade qui, accade (anzi peggio) a Saruli, Olzai, Orotelli, ecc. Il giorno dopo la Sua venuta, quando il paese era ancor vibrante per il Suo discorso, furono sparsi, casa per casa, i foglietti azzurri con la condanna dei vescovi al Partito Sardo, portati da una ventina di propagandiste, che simili ad erinni, annunziavano la scomunica!
Ma l’avevan detto tante volte da prima, che non furon credute quasi da nessuno; anzi in molte case furon messe alla porta! Le donne ridevano, e tutto fin“ in un clamoroso fiasco, anche quando la signorina Cambosu, d’Orotelli (presentata ed accompagnata dal cognato prediletto di ***, ***, democristiano dannato! parlando al pubblico, dove parlò Lei, espose alle donne gli orrori della scomunica ecc. ecc.!
Poi, siccome quest’imbecille, si permise d’attaccar Lussu e la Signora, con le accuse più oscene, e di demolire il nostro partito, mia sorella, mentre poche megere applaudivano, gridò: “Viva Lussu! Viva il Partito Sardo!”.
Grido subito raccolto e ripetuto senza fine, da sardiste e comunisti. Ed ecco la Cambosu, inviperita, e tosto “iniziata” dalle energumene che aveva intorno, gridare, mostrando a dito mia sorella, “che le dirigenti sardiste erano irreligiose; che andavano in Chiesa solo per le grandi occasioni; che erano ribelli agli ordini della Chiesa ecc. ecc. Allora protestarono tutti i presenti (salvo il gruppetto delle furie) e le donne comuniste con più calore delle sardiste stesse! Italo Aru prese poi la parola, volgendo in burletta l’anatema della Cambosu e facendosi applaudire.
Ma quando l’oratrice fu andata via, una trentina d’erinni accerchiarono mia sorella, pretendendo di discutere in trenta contro una, ed assordandola d’urla, perché sosteneva che i vescovi che avevano bruciato Giovanna d’Arco erano cattolici non eretici! Dovemmo liberarla con l’intervento dei carabinieri, e ne ebbe una raucedine per otto giorni, e le tasche del soprabito lacerate! Ma questo fece un tal chiassoso danno dei democristiani, che la vittoria pareva assicurata anche in campo femminile!
E la sera del 1¡ Giugno, *** fu accompagnato alla vettura da una tal memorabile fischiata, che ormai la democrazia cristiana, per Orani, era morta e sepolta! Ma il Parroco aveva in serbo la grande sparata, per Domenica mattina 2 Giugno; ed alla messa, disse allora, col tono truce e spaventoso d’un profeta d’Israele, che erano colpiti da scomunica tutti colore che avrebbero votato per altri partiti, e non per la Democrazia Cristiana; che conseguenza della scomunica era il diniego dei sacramenti, anche in punto di morte; i bimbi senza battesimo; i funerali senza prete; le nozze senza rito religioso; le case senza acqua santa, finchè i Vescovi non avessero perdonato! Perciò dovevano votar tutti per la Democrazia Cristiana.
Questa proclamazione fatta con tanta solennità e con tanto impeto, non fu creduta piť, pel momento, un sotterfugio elettorale, e fu cos“, in preda al panico, che le donne andarono a votare; ne conseguì che i nostri 419 voti, furono certo in prevalenza d’uomini (sebbene vi sian state donne coscienti e coraggiose, come la moglie e le figlie del Dottor Marchioni, che vanno in chiesa col distintivo sardista per vedere di farsi mandar via; come mia zia e le terziarie giovani e vecchie, che si recarono a votare con lei, o come le inquiline delle Loro case, che Lei andò a trovare nel Marzo, cioè le Bruno e la giovane Arras Grazia maritata Zichi, che faceva la propaganda casa per casa, mettendosi anche a piangere, se sentiva insultare il Partito Sardo o Lussu e gli altri dirigenti); e ciò che è peggio, furono di donne terrorizzate, come esse stesse dicono ora, maledicendo, le numerose schede in bianco, ed i 500 e più voti democristiani d’ora, contro i miserabili 176 voti che presero nel Marzo!!!
E di fronte a questa grave situazione, perde valore, forse, tutto ciò che riguarda altri avversari; eppure certe imposture infami, bisogna smascherarle! Le avranno detto, ad esempio (perché fra i nostri vi son molti ingenui) che stavolta i fascisti-qualunquisti (***, ***, *** e c.) avrebbero votato per Lei “pei suoi meriti personali” non per il Partito, che era già finito e dov’era a capo un traditore come Lussu, ladro di miliardi in Isvizzera” ecc.! Tutti abboccavano; ma io dissi subito che esaltavano Lei per denigrare con piť efficacia, il Partito, e che fingevano cos“, per mettersi al riparo dalla vergogna d’una seconda clamorosa sconfitta (88 voti nel Marzo!) e da eventuali rappresaglie se in Italia le cose andavano male! Erano sempre gli animali immondi, che nella piazza piena di gente nel Marzo vennero a contesa con Elena Melis (ne chieda a Lei!) perché sostenevano che l’avv. Oggiano era un fascista, un burattino, come anche Lussu (“Presente” alla mano)!!! NÈ mutato era il loro atteggiamento: per esempio il giorno del discorso di Antonio Dore, che attaccò Lei e l’avv. Pinna, ed a cui rispondemmo Usala ed io, Mario Delitala, nei suoi facili entusiasmi d’artista, ci disse che avrebbe voluto tenere un comizio per difendere “da amico” (non da sardista poichè egli non lo era) gli amici Mastino e Pinna, facendone conoscere la figura ed il valore.
Accettammo con entusiasmo; ma io dissi agli amici: “Vedrete dove va a finire il proposito di Mario, quando ne parla con la sorella e con Peppino Sequi”! Così fu: per qualche giorno si fece attendere invano; poi venne a dirci, “che non poteva parlare liberamente, perché la mamma temeva che s’offendessero i preti, e la sorella ed il cognato, temeva che s’offendessero i fascisti”! Ed il discorso, aimè! fu lagrimevole, veramente “qualunque”! I loro nomi pericolosi (il Suo e quello dell’avv. Pinna) ed ogni accenno alla loro fede, alla loro personalità, furono evitati con una cura servile che urtava; disse solo in tutte le salse, che nel votare bisognava guardare agli uomini, alla loro età, al loro valore, non ai partiti, che dicevano tutti le stesse cose, le stesse frottole... ma andò tanto in là, in questa svalutazione dei partiti, che distrusse o diluì in una spuma di scetticismo e di burletta, la religiosa severa impressione che il popolo aveva riportato la sera precedente, dal grande discorso autonomista di Titino Melis, d’una tragica grandiosità, negli accenti appassionati per il dolore della nostra Isola! Dopo il discorso di Mario, il ***, i ***, i *** ecc. se lo riportarono in trionfo, felici di quella cieca ubbidienza! Di piť: il giorno che furono qui Mauro Angioni e Manca per il comizio qualunquista, i “neo mastiniani” eran tutti con loro (dai *** ai ***) e li portavano in trionfo, e si spellavano le mani ad applaudirli ad ogni atroce insulto lanciato al Partito Sardo e a Lussu, “che bisognava fucilar subito alla schiena”; tanto che mia sorella, incurante delle sanzioni legali, prese ad interromperli ad ogni parola, gridando sempre: “Viva Emilio Lussu, viva il Partito Sardo” finchè i pochi sardisti presenti con a capo Italo Aru, balzarono alla riscossa, facendo fuggire l’Angioni! Infatti il Qualunquismo riportò anche stavolta 66 voti, e cioè solo 22 voti in meno del Marzo: e questi 22 voti in meno, sono, contati l’uno sull’altro, i voti dei contadini Fadda Carmine e Cosseddu Giuseppe (già sardisti, che s’eran lasciati candidare nella lista qualunquista, per riguardo a Salvatore Pirisi e ad Antonio Cuccu, ma ora tornati al Partito Sardo, con nuore, generi, figli e figlie) di Giovanni ed Adelaide Sedda, amicissimi di Antonio Gessa; di Salvatore Cuccu, ora con noi, e famiglia; dei Pirisi, che ora votano al Partito Liberale.
Gli altri sessantasei voti qualunquisti ci furon tutti, tutti come io prevedevo! E dopo che si venne a sapere il risultato delle elezioni di Cagliari città, li abbiamo sentiti noi, i *** e ***, dire che “continuando cos“, essi (i “qualunque”) avrebbero mandato a Roma sei deputati”, non come noi, certamente! é necessario che lei sappia tutto questo, perché certa gente non venga ad affacciar meriti con Lei, ad ottener protezioni forse a danno dei suoi fedelissimi d’Orani (fra cui Marceddu, Usala, i Mereu, i Dessolis, i Borrotzu, anche Andrea il marito di Are Maria, ed il fedelissimo segretario della Lega dei contadini, Antonio Nieddu di Filippo, venuto a Nuoro con la febbre, a piedi, a portare i cinque voti sardisti per le elezioni sindacali). Per la stessa ragione non posso tacerle la partaccia che a tradimento faceva contro il Partito Sardo, ***(di cui ormai abbiamo le prove) e la partaccia che faceva in chiaro, il suo figlio ***, (...) proprio personalmente contro di Lei e contro il Pinna, nonchè la parte che faceva la moglie, che pur di toglier voti a noi diceva in pubblica piazza: “Meglio state per il socialismo: il Partito Sardo è un partito morto, eppoi c’è a capo quel pazzo di Lussu”. é vero che glie le ho cantate io! Una parte fiera e magnifica, fecero invece la moglie e la figlia di Salvatore Borrotzu, e Peppina Mereu e Francesca Rocca, sempre pronte a ridere anche del papa, come pure tutte le Sedda-Zichi; ma, aimè, non posso dire altrettanto della moglie e della figlia di Domenico Borrotzu, che non la pensano certo come lui! Perdoni la lunga ma necessaria lettera. Le rinnovo ancora congratulazioni ed auguri per la sua rielezione.
Con ossequi, un fervido forza paris! Marianna Bussalai Ricevo il suo ringraziamento, ma ben altro, avrei voluto fare! Mi scusi, per la fretta.



Ossequi ancora.

ERA PAESE, ERA CITTA' . . . ERA NUORO !

08-08-2013 23:25

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Di: Giuseppe Nieddu (Pubblicato da Nuoro Oggi 1998)

Siamo nel 1860. Nuoro aveva poco più di 5000 abitanti, un po' meno degli anni precedenti a causa di un' epidemia di vaiolo.
Il Primo Consiglio di Comunità era stato tenuto nel 1772; elevata a rango di città nel 1836, dichiarata Provincia nel 1848, veniva poi declassata a capoluogo del Circondario della provincia di Sassari nel 1859. Tra il 1860 e il 1865 Nuoro aveva una "scuola normale", un ospedaletto, un teatro per le "rappresentazioni drammatiche", 39 bettole, tre osterie, due sale da biliardo, tredici fanali a petrolio per l'illuminazione pubblica, ma era ancora priva della linea telegrafica per Macomer sebbene fosse decretata dal 1857.



Il 22 Gennaio 1860 si svolsero le elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale. Posta l'urna nella piazza San Giovanni gli abitanti si recarono a votare. Potevano votare i cittadini maschi che avevano compiuto 21 anni e contribuivano con un minimo di tasse di lire dieci annue, erano invece esclusi dal voto gli ecclesiastici, i funzionari di Governo e relativi impiegati statali, nonché" coloro che ricevevano uno stipendio o salario dal Comune" (legge 23/10/1859).
Il 9 Aprile 1860 il Consiglio Comunale, presenti 12 consiglieri su venti (compreso il Sindaco) vota il "Regolamento di Polizia Urbana e Rurale" dal quale possiamo ricostruire un quadretto della vita quotidiana nuore se di 140 anni fa. Dai primi articoli del Regolamento si può dedurre che, forse, a quei tempi, a Nuoro nevicava più di oggi. Infatti si raccomanda (art. 1/3/4/5) "...di radunare le nevi nel canale di ciascuna contrada.. .ma non si potranno gettare nevi o ghiaccio che impediscano il corso del canale ove scorra l'acqua... ". Sulla viabilità interna si stabilisce inoltre che "Le piazze e i siti pubblici saranno selciati, metà a spese del Comune e metà a spese dei proprietari latitanti per tutta la linea dei loro edifizi" ; si fa eccezione per le strade e le piazze di una certa larghezza. Si obbliga comunque (art. 4) oltre a tenere "...sgombre le contrade da pietra, legna o altro" a "tutti i proprietari o affittevoli a scoparle nei giorni col presente fissati e tuttavolta che per manifesto vi siano invitati".
Quando dovrò scopare la strada? Si chiederà il solerte cittadino già pronto all' opera. Non c'è problema: "...ogni mercoledì e sabato, dalle cinque alle sette mattutine (d'estate) e dalle sei alle otto (d'inverno) ", così chiarisce ogni dubbio l'art. 7.
La strada è dunque vista, e vissuta, come continuità della casa.



Ancora oggi accade di assistere in certi quartieri storici di Nuoro, o nei paesi, alla pulizia del tratto di strada prospiciente la propria abitazione, da parte di donne, generalmente anziane.
Perché allora non codificare questa consuetudine, si son detti gli amministratori nel 1860, darle regole di convivenza e responsabilità, ,partendo da questa realtà di vita comunitaria e indirizzarla alla conservazione e difesa di un bene collettivo? A questo si aggiunga, con un pizzico di malignità, il notevole risparmio del Comune nel mantenere decoroso il centro abitato. Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti (art. 8) "... è proibito far cumulo di letame e dar fuoco al letame se non a distanza maggiore di un chilometro dal centro abitato e cento metri dai terreni boschivi" (art. 10/12°).
Naturalmente all'epoca non esistevano le fogne per cui (art. 26) "in tutti i casamenti o cortili saranno costruite apposite latrine e, serbate le distanze previste dal codice civile, ed i canali dei cessi ben chiusi da ogni lato, formati da tubi di pietra o mattoni e calce... tali latrine e cessi saranno svuotate notte tempo e nei mesi estivi il sindaco darà le norme e i mezzi disinfettanti... "
Seguendo la lettura del Regolamento si ha l'idea della vita "frenetica di città": ...(art. 12/13) "è proibito gettare qualsiasi cosa dalle finestre, discorticare o salassare bestiame nei siti pubblici, o gettarvi le interiora, o distendervi pelli fresche con incomodo dei transitanti, o lasciare nei cortili e vie bestie morte... è vietato nei siti pubblici mondare il grano, maciullare la canapa, il lino, pettinarli parimenti, vagare animali porcini nelle vie interne..". Sempre per gli animali si precisa che"... non si potranno tenere i cani mastini o i soliti cani"(si vede che erano abbastanza conosciuti) " avventarsi vaganti per le contrade...e si faranno uccidere i cani affetti da idrofobia, o morsicati da cani rabbiosi o che avranno addentato qualche persona... " insomma, tutti i casi specifici sono stati presi in esame (manca solo il caso di un cane morsicato da una persona).
Altro perenne problema della nostra Nuoro: i parcheggi!
Anche oggi lasciamo le nostre auto dove troviamo posto, alla luce del sole, visto che sotto terra non possiamo portarle (non perché non sia possibile). E allora gli art. 15/16 vietano"... di lasciare animali legati nelle contrade pubbliche, sedili, aratri o carri... e non mai che resti impedito il passaggio dei carri o incomodo ai transitanti... " (art. 20).
E il traffico? Caotico, anche allora, visto che"... i buoi si devono condurre aggiogati o quanto meno legati l'un l'altro, a minor distanza possibile... " e si obbligava a rispettare anche i limiti di velocità infatti"... è proibito far correre i buoi aggiogati o disgiunti, ed il conduttore del carro deve guidarlo a piedi, ed i cavalli dovranno condursi al passo..." (art. 21) Insomma tutto da l'idea di una "città" in movimento, movimentata anche di notte visto che, come afferma l'arto 19: "...è vietato di sparare con armi da fuoco nelle piazze, dalle finestre delle case, nei cortili, specie notte tempo... "

PREZZI E MERCATO
Il prezzo della carne verrà fissato trimestralmente dal Comune (art. 40), seguono tabelle ( per es. una vacca di 80 chili di carne costava lire 48, 60 cent.). E "...i macellai dovranno tenere la carne macellata esposta al pubblico, e venderla ai richiedenti senza distinzione nella parte che verrà loro richiesta, e senza addurre il pretesto di essere quel pezzo venduto..." ed inoltre "...dovranno dichiarare ad alta voce il giusto peso e prezzo... " (art. 27 e seg.). Anche in questo caso possiamo immaginare le discussioni animate al banco vendita tanto da rendere necessaria la "... ricognizione al mercato del sindaco in persona in caso di reclamo" (art. 41) anche il prezzo del pane era fissato, diminuito o accresciuto a "seconda delle circostanze" e si vietava" di mescolare farina di grano e di frumento" e "le botteghe dovevano tenersi sempre aperte" (art. 39/40). 18 Kg di farina costavano lire 6.
Altre regole per i mugnai "che non potranno ricusarsi alle visite che il sindaco crederà di praticare per riconoscere lo stato delle pietre da macina, le misure e i pesi. "
Il venditore di vino dovrà invece fare al Sindaco "una consegna fedele della bevanda onde operare l'opportuna verifica.." art. 48).
A questo punto il Sindaco può"... chiedere l'intervento dei periti" e sarà cura dei delegati del Consiglio"... visitare le cantine e i magazzini del vino" onde "evitare' di falsificare i vini, mescolandoli con acqua, oppure con vino di qualità guasta" (art. 47). Possiamo immaginare, conoscendo gli amministratori nuoresi che nella storia non si smentiscono, il rientro in Comune (se mai avessero trovato la strada giusta) dei delegati, i quali, dopo un' accurata e minuziosa verifica in tutte le bettole di Nuoro, presentano la relazione . Non credo che questi articoli del Regolamento troverebbero oggi molti oppositori in Consiglio Comunale!

INCENDI
(art./76 e seg.) "...ove occorra che scoppi un incendio nella campagna il Sindaco ordinerà il suono della campana e del tamburo, acciò la popolazione in massa accorra sul luogo dell 'incendio, dove si recherà il Sindaco per dare opportune direzioni (...) niuno potrà ricusarsi senza dimostrare legittimo impedimento... ". Si precisano in seguito gli "impedimenti" sui fuochi e i pastori cussorgiali vengono incaricati "della sorveglianza" e le "... ronde si indirizzano ai medesimi per attingere informazioni sulle circostanze che possono influire allo scoprimento dei rei…”.

PASCOLI
Art. 57: "... in conformità e applicazione alla legge del 15/4/1851 viene abolito il sistema delle biddanzones e papariles", ossia dell'uso comune dei terreni destinati, in modo alternato ogni due anni, ora alla semina ora al pascolo. Con l'abolizione della pastorizia nomade il bestiame errante, senza custodia, poteva essere sequestrato dal proprietario del terreno, con l' obbligo, entro la giornata di denuncia al Sindaco che ne ordinava la restituzione pena "l'ammenda e composizione delle parti".
NelI' esaminare questo capitolo risultano evidenti gli effetti devastanti che l'applicazione di una legge nazionale provoca sul territorio e, nel contempo, il tentativo delle Comunità di arginare tali effetti, non senza contraddizioni.
Gli articoli 84 e seguenti stabiliscono che il Consiglio farà visita "ogni anno, ai primi di aprile, alle strade rurali... in modo da vietare di far chiusure allo scopo di occorrere alle dei terreni" (art. 91), in evidente contrasto con quello che poi avveniva in realtà. È ribadito l'uso pubblico delle fonti "nessuno potrà prendere l'acqua comune" e deviare il corso dell' acqua, inoltre "...sempre ché si erigeranno le chiudende" il Sindaco manderà i periti del Comune per "verificarne il limiti e i diritti lesi del Comune".
Tutti questi articoli riprendono concetti già espressi da una vecchia delibera del Consiglio Comunale del 28/5/1828. Il Regolamento Comunale si chiude (Capitolo VII) con una serie di "Proibizioni diverse": (...) "...non si potranno lanciare pietre né palle di neve contro le persone... ", "...ogni capo casa dovrà una volta all'anno far nettare i camini e scopar- ne la fuliggine..." e "...allorché occorrendo un'aggressione dei ladri tutti gli abitanti validi, che saranno richiesti dal Sindaco, dovranno accorrere sul luogo del pericolo..."; "...le greggi di bestiame rude potrà pernottare nel concentrico della Città per uno spazio non superiore a giorni otto... ".
Ed infine: "...è proibito portare scoperti i cadaveri che si conducono al Campo Santo, ma dovranno essere coperti da una manta, o riposti dentro una bara a cassa, a cui spese del Municipio sarà provveduta la coperta... ".
Era un lusso vivere, ma anche morire.

VIAGGIO IN SECONDA CLASSE PER ANGELO

08-08-2013 18:37

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Di: Giuseppe Nieddu (Nuoro Oggi)
Su “La Nuova Sardegna” del 13 Ottobre è stato pubblicato un servizio di Antonio Bassu dal titolo “Scoperti per caso i gioielli del cimitero di Nuoro”.
L’articolo prende spunto dal danneggiamento occorso all’opera del grande scultore Giuseppe Sartorio e al successivo restauro per iniziativa dello scultore Pietro Longu, del prof. Gianni Marongiu e degli studenti dell’istituto Statale D’arte di Nuoro, i quali in collaborazione con la Direzione del Cimitero, stanno conducendo un’indagine conoscitiva sull’aerea più antica del camposanto, nella prospettiva di realizzare la proposta di trasformazione in “cimitero monumentale”.
Questa iniziativa merita il contributo e l’appoggio di tutti.
Personalmente sono stato sempre restio a parlare o scrivere sulla mia famiglia, ma, quando la storia diventa comune e riguarda Nuoro e i Nuoresi, ritengo doveroso che le conoscenze siano divulgate e che il patrimonio storico individuale sia tutelato come bene universale.
Mi riferisco in particolare alla tomba “Nieddu-Semidei” situata a pochi metri dalla scultura marmorea del Sartorio.



Questa tomba è opera dello scultore genovese prof. Federico Fabiani che ha operato, come il Sartorio, nella seconda metà dell’800, ed è considerato tra i più importanti artisti di sculture funerarie della scuola Genovese, moltissime sono infatti le sue opere presenti nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova. Federico Fabiani è nominato come uno dei protagonisti della prima svolta tra romanticismo e naturalismo, assieme a Emanuele Giacobbe e Agostino Allegro dei quali abbiamo numerose testimonianze al cimitero di Bonaria a Cagliari.
In “Pittura e scultura dell’800 - ed. Ilisso 1997, troviamo scritto a proposito del Fabiani (a pag. 169):” … un saggio della sua arte arriva soltanto del 1894 con un classicistico angelo che piange nell’urna cineraria postata su una colonnetta nella tomba Nieddu-Semidei al camposanto di Nuoro…”
Sebbene la scuola genovese abbia avuto con la Sardegna stretti e consolidati legami artistici che hanno radici remote con la Confraternita di Santa Caterina e San Giorgio a Cagliari, ad oggi, nonostante le mie ricerche, non ho rintracciato altre opere del Fabiani presenti in Sardegna. Se ciò venisse confermato assumerebbe maggiore rilevanza storica questa unica testimonianza nel cimitero di Nuoro.
Il Satta commette però un evidente errore descrittivo quando parla di “due angeli” a conferma, ancora una volta, di impressioni e valutazioni soggettive, e non storiche, che caratterizzano questa grande opera letteraria.
Il Fabiani comunque, a differenza del Sartorio che, con il figlio Ettore, aprì una vera e propria scuola in Sardegna, produsse la sua arte in continente. Come arrivò allora la sua opera a Nuoro?
Il monumento fu commissionato a Genova il 25.11.1893 per conto della famiglia Nieddu da Antonio Nieddu, medico, generale dell’esercito e docente alla Facoltà di Medicina di Torino.
Nella dettagliata relazione, controfirmata dal committente e dall’artista, viene descritta la qualità del marmo adoperato, le dimensioni della statua e delle colonnette, ed il Fagiani “… si obbliga di rendere a proprie spese il monumento e gli accessori, tutto ben incassato, in Cagliari, bordo vapore, non più tardi del 1.9.1894 …”.
Il Fagiani inoltre: “… si obbliga a provvedere per lo spazio di giorni ventuno, un pratico operaio per la collocazione del monumento; detto operaio dovrà viaggiare colle casse contenenti il monumento fino a Nuoro per vigilarne la conservazione. Egli potrà essere trattenuto a Nuoro, se necessario, anche più di giorni ventuno in tal caso il Nieddu corrisponderà al Fagiani lire cinque per ogni giorno eccedente detto limite …”
Segue la minuziosa descrizione del monumento ed il prezzo pattuito in lire seimila, di cui “… lire 1500 il Fagiani dichiara averle già ricevute, lire 500 gli verranno pagate entro il 31.12.1893, lire 2000 a metà opera, e lire 2000 dopo collocato il monumento …”.
Interessante è anche conoscere i dettagli della messa in opera del monumento descritti dal Dott. Antonio Nieddu in un preciso rendiconto di spesa e dei contributi versati dai componenti la famiglia. Le casse furono prelevate nei primi giorni di settembre 1894 dalla stazione di Macomer dal Nieddu in compagnia dell’operaio Gambioli che vennero incontro al Molfino, esperto delegato dal Fagiani.
Il viaggio, in treno, fu in seconda classe, con pranzo, cena e pernottamento a Macomer. Per il trasporto dalla stazione di Nuoro al cimitero fu incaricato “… il carrettiere Delogu Ignazio…”. Utilizzato anche successivamente per i carichi di acqua, legname, pietre, ponteggi etc…
Il Delogu era coadiuvato dagli operai Ruiu Pasquale, Brotzu, e Murgia Giuseppe. La costruzione della tomba richiese undici giornate lavorative che videro impegnati gli operai: Puggioni Domenico, Pipere Giuseppe, Manca, Piredda Angelo, Maureddu, Ladu Pietro; e, per quanto riguarda lo scavo: Sotgiu Antonio e Sedda Antonio.
Le corde furono fornite da Carlo Pastorino, il cemento da Campanelli e Crivelli, la calce “… dagli olianesi …”, ulteriore acqua da alcune ragazze di cui non si fa il nome.
Prestò, anche il suo indispensabile aiuto il becchino del camposanto Domenico Basolu.
A conclusione dei lavori furono donate al Molfino alcune pezze di formaggio da consegnare, al rientro a Genova, all’artista Fagiani (“come da lui richiesto” specifica lo scritto).
Ritengo utile far conoscere chi è sepolto in questa tomba, a parte mio padre e mio nonno l’ing. Pietro Nieddu-Pittaluga ed il fratello avv. Giuseppe. Furono traslate dal vecchio cimitero, situato nei pressi del mercato civico, le spoglie del Nieddu-Semidei, in particolare dell’avv. Antonio Nieddu-Deledda, già sindaco di Nuoro nel 1860/63 e della consorte donna Antioca Semidei-Pintor.
Un breve cenno storico meriterebbero appunto i Semidei-Bonaparte, influente e facoltosa famiglia originaria della zona di Brando in Corsica. All’inizio dell’800 un ramo di questa famiglia tra cui il notaio Giuseppe Semidei, deceduto nel 1855, si trasferì ad Orani. Costui si sposò con donna Mariangela Pintor. La tomba dei Semidei si trova ancora nel cimitero di Orani, mentre la famiglia risulta estinta.

Il pesante ago... del giornale "la siringa" - Da Nuoro Oggi - Elettrio Corda

08-08-2013 17:38

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In occasione del carnevale 1946 i concittadini furono "colpiti dall'uscita del giornale satirico "La Siringa", edito dall'A.N.U., diretto da Sebastiano Sanna, avente come sottotitolo "Strumento igienico per le punture semivelenose".
Le sue pagine, con cinque caricature e con centinaia di nomi, riportarono una serie di articoli che "entusiasmò" la cittadinanza, dando vita a commenti d'ogni sorta: la maggior parte delle persone accettò con diplomazia il loro coinvolgimento, altre invece, condannarono l’iniziativa con ira e risentimento.
Si riporta parte della "Presentazione": Ai lettori ed anche lettrici, permettete che -dopo avervi cortesemente e cordialmente salutati- io mi presenti; sono "La Siringa" ed il mio stesso nome dice già il mio programma. Vengo fra voi per perseguire uno scopo che, nel campo morale, politico e sociale, vuole essere altamente educativo e correttivo, così come, nel campo della medicina, io, iniettando il farmaco nelle vene del paziente, miro ad ottenere la sua guarigione.
Poiché, per supreme ragioni del mio delicato ufficio, sono spesso nelle... parti basse di ciascuno di voi, potrei oggi raccontare cose licenziose e inusitate; ma, se così facessi, rischierei di cadere nel licenzioso e nel grottesco e tradirei anche il ...segreto professionale, mentre la mia intenzione esclusivamente quella di sollazzare e sollazzarmi.
Non vogliatemene se talvolta la puntura del mio ago potrà penetrare in profondità, se da strappare a qualcuno un grido od amatemi: sopportate con spirito di carità democristiana, considerando che il mio umorismo, pur con leggero sarcasmo, non si propone di offendere, ma sol tanto di divertire". Si consigliava di leggerlo con indifferenza.
La pubblicazione andò letteralmente a ruba: fu esaurita nel giro di poco tempo: iniziò allora il suo trasferimento "di casa in casa", seguita sempre da innumerevoli commenti, buoni e cattivi, sulle persone prese di mira. Fra le numerose rubriche ne ricordiamo alcune: "La lista della bellezza", contenente 17 nomi di professionisti non troppo belli, segnalati comunque ad una nota casa cinematografica per il film "L'Uomo Scimmia"; le diverse filastrocche; i balli nel salone dell'Economia con la partecipazione di belle e maliziose signore e signorine, dai ricchi vestimenti, e con ballerini, tipo Basilio Cossu, che "non è riuscito a trovare due piedi disposti a marciare d'accordo con i suoi"; le interviste artistiche, la lotta di classe, la Camera del Lavoro ed i suoi segretari, uno dei quali "fascista della prima ora".
Fra gli annunci economici: "Ditta Nannino Offeddu, Bozzetti, Mossa e Compagni cercano mutuo di p. 50 mila per pagare capre macellate e consumate durante periodo carnevale, disposti consegna due pelli, non potendo consumare perchè troppo sporche, il tutto in conto interessi"; "Avv. Nino Zuddas cerca compagna e socia disposta collaborare in un'azienda legale, impegnandosi a sua volta di contribuire alla vendita di medicinali":
Edgardo Manca: "La mia candidatura", edizione: Stupida
Giov. Antonio Sulas: "Amore di terre lontane", ediz. Vecchie
Giacomo Satta: `L'uomo che ride'; ediz. Notarile Dino Giacobbe: "Le strade vicinali", ediz. Sine qua non
Luigi Oggiano: `Ballo in maschera", ediz. Virtus et Labor
Farmacista Falchi: "le tre grazie", ediz. Casalinga
Filippo Satta Galfrf: "Notturno, sinfonia", ediz. Muta
Pietro Mastino: "Risarcimento dei danni di guerra", ediz. Chimera Gonario Pinna: "Esproprio senza indennizzo'; ediz. Proprietà altrui
Salvatore Mannironi: "Io difendo Monni", ediz. Me ne frego
Mario Zuddas: "Le donne utilitarie", ediz. G.U.F.
lolanda Collari: "Le Damine di Carità", ediz. R.B.D.S.I.
Maria di Tigellio: "La vendita a prezzo di costo", ediz. Ci rimetto.

Vecchie Cronache del 1902

08-08-2013 16:30

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«A Nuoro sono già incominciate le feste: i sassaresi non si possono più contare e figuratevi che certi momenti ci sembra di passeggiare in codesta città.
Il 5 agosto alle ore 10, con l'intervento delle autorità civili e militari, ebbe luogo l'apertura dell'Esposizione.
Il sesso gentile v'era largamente rappresentato da una eletta schiera di vezzose signore e signorine.
Intervenne anche l'illustre e forte scultore Vincenzo Jerace, autore del grandioso monumento al Redentore, e nostro ospite gradito ed invidiabile.
Il gran padiglione dell'Esposizione, sorto quasi per incanto in breve tempo a un lato della piazza d'Armi, è un'opera pregevole ed elegante.
I lavori donneschi d'ogni genere posti in mostra, sono in complesso molto belli e lavorati con finezza.



Vi si ammirano dei veri capolavori dell'arte D'Ararne, insuperabili per le più lievi sfumature e delicatezze di colori; degli accurati lavori a traforo e mocramè, dei ninnoli e un'infinità d'altri lavori artistici.
Ricchissima poi la mostra dei liquori, dei formaggi, dell'olio e dei dolci.
L'Esposizione resta permanentemente aperta per tutto il tempo delle
feste, e un'orchestra di valenti professori eseguirà molti pezzi musicali».
* * *
«La città è imbandierata e animatissima: allo sbocco di ogni via sorgono degli archi trionfali e molti tratti di strada sono trasformati in boschetti all'ombra dei quali si vedono dei caffè dove si bene e si mangia allegramente.
Ovunque insomma regna un'allegria pazza e sfrenata.
L'illuminazione poi alla Fantapiè e d'un effetto veramente fantastico e sorprendente: il lungo e spazioso corso Garibaldi appare come un'immensa galleria luminosa.
L'Esposizione, il festival, il monumento al Redentore, la fiera ecc. sono visitati continuamente da numerosi forestieri, che continuano ad arrivare.
Stamane 8 agosto alle dieci, nel palco eretto in piazza Mazzini il Comitato, alla presenza del sottoprefetto, del sindaco e di altre autorità, lesse l'assegnazione dei premi e delle onorificenze.
Nel resto della giornata fu un continuo viavai ai locali della mostra per cui era adibita la casa ancora in costruzione della Società Operaia, e tutti ne ripartivano molto soddisfatti, perché vedevano che il produttore nostro cominciava a vincere quella timidità, a farsi una «reclame», che è il coefficiente migliore del commercio.
Nella mostra dei prodotti spiccavano gli oli dei signori Sebastiano Serra, Francesco Pirari, Costantino Dessolis, Nicolò Ortu e Rachisio Zolo; i vini di Gavino Puzzu, Giovanni Secchi Costa, Sebastiano Pirari (che espose pure una buona quantità di miele), Manca Floris Salvatore, Salvatore Salis Carrus e di Salvatore Costa; i formaggi di Sebastiano Pirari, che, ne espose per oltre 13 quintali, di Giuseppe Sirca, Nicolò Ortu, Mereu Manca Francesco; le aranciate ed i biscotti di Giuseppe Deffenu; l'orbace e le tele di Rosa Serra, oltre a un gran numero di bisaccie, di lenzuola ricamate, di camicie, di «zipponi» alla nuorese, bambole vestite in costume ecc.
Nei lavori di addobbo si spesero più di mille lire; 1200 metri di stoffa furono impiegati nel padiglione che serviva da tetto perché questo non ancora costrutto nella casa della società operaia.
All'ingresso della sala (il buffet del sig. Giuseppe Deffenu, presidente della società, trovava sistemazione in un vicino sottoscala) ed all'interno sorgevano delle piante di elee e di quercie le cui foglie cominciavano ad avvizzire.
Nelle vicinanze della casa e dentro la tanca del farmacista Tommaso Floris, nel pomeriggio, s'impiantarono gli apparecchi per i fuochi artificiali.
Alle 22,30, appena finì il concerto della banda musicale, tutto il popolo si riversò nella piazza del giardino pubblico per ammirare i fuochi; quando questi erano alla fine, verso mezzanotte, scoppiò un improvviso incendio che avvolse il padiglione della Casa Operaia.
In meno di dieci minuti fu tutto ridotto in cenere; la folla di oltre 10 mila persone, fu presa dal panico e malgrado l'opposizione dei carabinieri, voleva assolutamente penetrare nel locale incendiato, per tentare il salvataggio degli oggetti esposti.
Moltissimi quadri antichi di grande valore andarono distrutti: lo stesso destino toccò ai prodotti artistici, diligentemente esposti.
Nel luogo del disastro erano presenti il sottoprefetto cav. Valle, il sindaco avv. Giacinto Satta, l'ispettore delle guardie urbane Ballerò, il delegato Palazzi (che ebbe il fuoco ai calzoni), ufficiali dei carabinieri e diversi militari».
* * *
«Le Feste del Cristo sono dunque finite ieri e sono finite nel modo doloroso, a causa dell'incendio all'Esposizione.
La città è oggi impressionata, triste per la sventura che l'ha colpita.
Intanto si è svolto il pellegrinaggio clericale guidato da mons. Balestra.
Il colpo d'occhio che presentava il dintorno della Statua era imponente;
si confondevano e si agitavano i diversi costumi della Sardegna e che frammisti alle toillettes dai colori smaglianti delle innumerevoli signore e signorine davano al panorama un aspetto veramente pittoresco.
Vicino alla chiesuola erano costruite moltissime baracche dei rivenditori: ovunque v'erano voci, musiche, sinfonie, canti che suonavano a tratti, che fondendosi fra di loro, facevano più alto e più solenne l'ambiente, più maliosa la poesia della montagna.
Come sono belli quei momenti passati sotto cieli azzurri e liberi, in un ambiente purificato, in una solitudine che non ha tristezze tra le secolari piante, lassù, ove non giunge l'eco cattivo della tragedia umana, ove i deliziosi paesaggi e la vergine bellezza non sono contaminati da tradimenti nè da dolori: lassù si sogna, si spera; e la vita è sopportabile, perché vibra in un ambiente puro.
Le giornate trascorsero tra l'allegria di tutti i festaiuoli.
Il Comitato non ha dato l'annunziatovi banchetto perché non si è riusciti a raggranellare una o due dozzine di adesioni».

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